Il mercato del lavoro che verrà
Il premier Mario Monti, insieme a Corrado Passera (Sviluppo Economico), Elsa Fornero (Welfare), Francesco Profumo (Istruzione), Vittorio Grilli (numero due del Tesoro) e Antonio Catricalà (sottosegretario alla Presidenza del Consiglio) da una parte; Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Confindustria, Abi, Anie e Rete Imprese Italia dall’altra.
Il tavolo che discuterà oggi la riforma del lavoro è composto in questa maniera e dovrà cercare di conciliare le intenzioni del governo e le richieste delle parti sociali.
Le trattative saranno sicuramente molto serrate, l’argomento è fondamentale e riguarda ognuno di noi, quindi bisogna ben capire cosa potrebbe essere deciso al termine del confronto.
La riforma viene vista come una priorità dall’esecutivo per far ripartire l’economia, con misure volte a semplificare le procedure e ad avvantaggiare i più giovani (le nuove Srl semplificate ne sono una chiara testimonianza). La rosa del lavoro presenta però molte spine e quella più accuminata risponde al nome di articolo 18. Si tratta della sezione dello Statuto dei Lavoratori che dichiara il licenziamento valido solamente in presenza di una giusta causa o di un motivo giustificato.
In realtà, il governo non partirà immediatamente con questa questione, altrimenti si rischia di paralizzare il confronto sin da subito, i punti di vista sono molto distanti. Di cosa si parlerà allora se mancherà l’argomento principe di tali discussioni?
I nodi da sciogliere saranno sostanzialmente due:
1. La riduzione dei contratti per l’ingresso nel mercato del lavoro
2. L’aumento della produttività media
3. La ripresa dell’occupazione
4. La nuova organizzazione degli ammortizzatori sociali (come ad esempio la cassa integrazione).
L’obiettivo è quello di far coincidere gli interessi delle parti: i lavoratori più anziani sono protetti dai loro contratti a tempo indeterminato, mentre i più giovani devono aspettare parecchio per accedere al mercato del lavoro. Ecco perché si chiede di abolire l’articolo 18, la cui illicenziabilità costringe spesso i giovani a rimanere precari a vita, ma questo non significa che vi saranno licenziamenti facili, piuttosto le imprese devono impegnarsi a farlo soltanto in presenza di un motivo veramente valido.
Fonte: iljournal.it

